29/01/2012
Ridendo e scherzando - il senso del ridicolo
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Far ridere è un'arte, ed è molto più difficile che far piangere. Ridere è troppo importante per essere considerato fuori luogo, anche se bisogna tenere conto dei diversi casi e se lo stato d'animo di chi ci circonda è in quel momento portato ad ironizzare. Ma in linea generale, ci dovrebbe sempre essere questo aspetto, tipo esercizio mentale, per riuscire a guardare le cose da un altro punto di vista e trovare la forza di affrontare momenti difficili. ironizzare per sdrammatizzarli, per dare una dimensione sopportabile, e magari strappare il sorriso. Appoggio in pieno quella teoria che sostiene di esercitarsi ogni giorno, nelle situazioni più spiacevoli, ad allargare forzatamente la bocca fino a formare un sorriso aperto, e lasciarlo sul volto per un po'. Vuoi mettere la differenza tra il dare in escandescenze o abbandonarsi al panico, e lo stamparsi un sorriso sulla bocca sfidandosi a conservarlo il più possibile. Fa bene sia a noi che a chi ci sta di fronte. Anche perchè, così facendo e pure se l'atto inizia per una forzatura mentale, poi si finisce col ridere sul serio (Nota: ridere "sul serio" è una espressione contraddittoria che strappa il sorriso). La risata, si dice, è contagiosa, sentendo quindi su di noi il sorriso aperto ci infonde allegria anche dentro, e nello stesso tempo, chi ci vede sorridere in quel modo è portato a fare altrettanto, per cui la situazione pesante che si sta vivendo assume quasi un aspetto ridicolo, e la tensione si smorza. Mi viene spesso in mente con divertimento il fatto che mia mamma, per sfogare la rabbia (ovviamente senza spettatori per evitare di danneggiare) rompeva i piatti, e questo fino a quando, una sera, non realizzò che, nonostante la rabbia, stava scegliendo tutti i piatti già incrinati o scheggiati, una selezione quindi razionale per evitare di rompere quelli buoni. Realizzare questo, trasformò il momento di rabbia in situazione comica, lei si sentì ridicola e scoppiò a ridere, e la rabbia sbollì. O ancora, durante le discussioni, mi è capitato spesso di sbagliare parola (io o la controparte) o di pronunciarla male, ed è stato come un improvviso stop alla tensione, che ci ha fatto guardare la situazione come dal di fuori ridimensionandola e portandoci a riderne. E' fondamentale in ogni occasione riuscire a trovare, anche con uno sforzo di volontà, l'aspetto ridicolo delle cose. Come fanno i caricaturisti, geniali, che accentuano i nostri difetti, che in realtà sono per noi un problema, fino a trasformarli in comicità, strappandoci così il sorriso, aiutandoci a guardarci con altri occhi e, ridendoci su, a sdrammatizzare in questo modo qualcosa per noi pesante da affrontare. Le barzellette, le freddure, i giochi di parole, come le caricature, sono tra le migliori creazioni dell'umanità.
16:47
Scritto da: ellypettino
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28/01/2012
Pranoterapia
Mi ha sempre attratto, forse perchè l'idea che la sola imposizione delle mani possa guarire mi sembra una magia, e infatti ho sempre pensato che fosse una pratica non estesa a tutti ma solo a chi possiede un qualche potere energetico straordinario. In realtà, leggendo su Wikipedia, pare che oltre l'effetto placebo non dia. Però mi fa pensare il fatto che, appoggiando le mani su una zona indolenzita, si può sentire un calore crescente, che non so se proviene dalla zona in questione o dalle mani stesse, si crea una sorta di serra calda. Fatto piuttosto strano, O forse no. Ad ogni modo, è interessante saperne di più, come tutto ciò che riguarda la medicina alternativa.
PRANOTERAPIA
La pranoterapia è una pratica di medicina alternativa che consiste nell'imposizione delle mani in corrispondenza della parte malata allo scopo di permettere il passaggio di prana (un supposto "soffio vitale") tra ilcorpo dell'operatore e quello del paziente. Chi pratica la pranoterapia è chiamato pranoterapeuta o pranoterapista. Essendo il prana un concetto religioso mutuato dall'Induismo, tale pratica dovrebbe essere utilizzata per il benessere spirituale. Tuttavia alcuni operatori e associazioni di operatori propongono la pranoterapia come pratica terapeutica, che però ad oggi non ha ancora avuto alcun riscontro scientifico riguardante l'efficacia ad eccezione dell'effetto placebo.
[...]La pranoterapia si differenzia dalla pratica simile del reiki, al di là della terminologia utilizzata (prana e ki sono concetti paragonabili), in quanto nella pranoterapia si presuppone un passaggio di prana tra il corpo dell'operatore e il corpo del paziente mentre nel reiki l'operatore è considerato un mezzo per il presupposto passaggio di ki tra l'Universo e il paziente. La pranoterapia non va confusa con il Pranic Healing, che è una disciplina spirituale complessa, basata anch'essa sul prana, ma che utilizza il concetto in modo differente ed elabora diverse tecniche oltre alla semplice imposizione delle mani.
Storia
Il termine pranoterapia deriva dal sanscrito "प्राण (prāṇa)", che significa "respiro vitale, energia vitale", e dal greco antico "θεραπεία (therapéia)", che significa "cura, guarigione" e quindi "terapia".
Il primo centro di pranoterapia nasce in Italia, a Torino, negli anni 1970; a partire dagli anni 1980 la parola "pranoterapia" conosce un successo dapprima presso gli stessi guaritori italiani che operano con l'imposizione delle mani e in seguito, grazie al rilievo mediatico delle pubblicità di numerosi pranoterapeuti, trasmesse dalle prime televisioni locali, la pranoterapia entra rapidamente nella cultura italiana, dapprima come fenomeno di costume (sono molti infatti coloro che si propongono come improbabili cartomanti-pranoterapeuti o astrologi-pranoterapeuti).
La pranoterapia si propone come continuazione ed evoluzione di antiche pratiche tradizionali, presenti solitamente nelle campagne italiane, usate da guaritori che operano con l'imposizione delle mani; integra la tradizione, generalmente legata alla dimensione soprannaturale e alla superstizione, tentando di dare una spiegazione scientifica o presunta tale del fenomeno, assorbendo talvolta le ipotesi del "magnetismo animale" dal mesmerismo e talvolta le ipotesi "energetiche" dalle filosofie orientali, che dalla fine del XX secolo stanno influenzando la medicina alternativa occidentale; a partire dagli anni 1990 la pranoterapia si manifesta come una realtà rilevante in Italia. Nonostante l'origine recente della parola, il fenomeno ha raggiunto una rilevanza tale che in italiano si usa chiamare col nome "pranoterapia" anche tutte quelle pratiche che presumono la guarigione tramite il semplice contatto delle mani di una persona, ritenuta dotata di qualche potere taumaturgico, con la parte malata.
00:59
Scritto da: ellypettino
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27/01/2012
Questo 2012 - il surreale reale
non si sta smentendo, anzi sta mantenendo le sue promesse di anno dai grandi stravolgimenti. Della profezia dei Maja parlerò, ma non ancora, vorrei documentarmi per bene. Ma al di là della profezia, se già si fa un conto degli eventi di questo primo mese dell'anno, possiamo considerarci a posto. Vorrei fare dell'ironia, ma non tanto mi viene. Che poi questi eventi stanno colpendo in buona parte proprio noi, l'Italia. Il disastro della nave è stato eclatante, in un mare già non eccessivamente profondo laddove è profondo, andarsi ad incagliare in uno scoglio nei pressi di una costa notoriamente rocciosa, una nave così grande di una compagnia con tanta esperienza alle spalle, tale da essere in grado di evitare le grandi tempeste oceaniche. Se ci si pensa ha del surreale. E come evento, direi che questo è già bello grosso. Volendo passare ad altro, basta considerare la situazione politica ed economica. Rivoluzione, forse, ribellione sicuramente. Prezzi improponibili, previsioni di tasse e controtasse che anche a pensarci c'è solo da disperarsi. L'Europa che si accanisce, forzature da tutte le parti. Aziende al collasso, o collassate, lavoro sempre più improbabile, stipendio a fine mese neanche a dirlo che arrivi puntuale. Animi ormai esasperati, scioperi ad oltranza. Fintanto che tutto questo lo senti raccontare al telegiornale o lo leggi in giro, ti sembra quasi solo un film, irreale e surreale. Quando poi entri in un supermercato per prendere quelle poche cose che ti servono, e fare un po' di spesa, e trovi interi scaffali vuoti, persino i cesti del pane, totale assenza di frutta e verdura, e gente che prende più che può per farsi scorte, per non dire dei prezzi lievitati su quei pochi prodotti che ancora si trovano, che sembrano oro, e che sei costretto a comprare per assicurarti delle riserve nel caso la situazione peggiori, il surreale diventa reale. Ma peggio di così, dove si arriva? D'altra parte non si può continuare ad accettare le cose in questo modo, e sottostare al quieto vivere in nome di un benessere che di fatto non c'è. Penso quindi che sia giusto protestare e farsi sentire, consapevole che questo comporta sacrifici ed eventuali rinunce, e con la speranza che le cose possano però cambiare per dirigersi verso un reale benessere comune. Almeno ci voglio credere. Però caspita, questo 2012 sembra davvero avere in sé qualcosa di surreale. Ho sempre più curiosità di documentarmi in merito.
14:05
Scritto da: ellypettino
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La teoria della relatività
non per addentrarmi nella fisica e le sue formule, ma intesa come "tutto è relativo", a cui non credo, perchè è come affermare che non esiste la verità. Mentre la verità esiste ed è ciò che cerco sempre. Però, esempio, chi è convinto che io sia bugiarda, nel momento in cui mi chiede "hai mentito?" e io gli rispondo "Sì", teoricamente non ci dovrebbe credere, dovrebbe pensare che sto mentendo. Quindi alla fine tutto sta alla capacità di fidarsi o meno. Ma ciò non vuol dire che è tutto relativo, o che ogni cosa dipende da come la vedi, perchè anche qui la verità c'è, e cioè che o ho mentito oppure no. Una di queste due è la verità oggettiva, il dato di fatto. Come viene recepito dalle singole persone è un'altra faccenda, che non ha comunque a che fare con il tutto è relativo, ma piuttosto con la differente capacità delle singole persone di vivere i rapporti e guardare persone ed eventi, Sotto questo aspetto, inserendola nella mentalità, la relatività può precludere o ostacolare il raggiungimento della verità, creando caos e confusione a causa della dilagante convinzione che non esiste verità assoluta ma ne esistono tante quanti sono i diversi punti di vista, per cui può succedere che io sono vista in 3 modi diversi da 3 persone diverse; ma questo in quanto sono occhi diversi a vedermi, e non perchè io sia in quei 3 diversi modi, in realtà io sono una soltanto. Voglio dire, che ognuno di noi vive una persona (o un evento) in modo diverso non significa che ne sia "vera" ogni diversa versione, nè cancella il fatto che una sola unica verità assoluta (e non tante relative) che la riguarda.esiste come dato oggettivo. Se si pensa all'immagine, la scala esiste oggettivamente, e mantiene la sua posizione anche quando io cambio il punto di vista, per cui non esistono tante verità sulla scala tanti quanti siamo ad osservarla, la scala è la verità oggettiva, i punti di vista ne sono una interpretazione soggettiva. La relatività non nega la verità.
00:26
Scritto da: ellypettino
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25/01/2012
Il linguaggio e le sue regole
Sono sicuramente schierata tra quelle persone che si rammaricano per il fatto che la lingua italiana, con la sua grammatica tradizionale, sembra a grosso rischio di estinzione. Anche se, ci tengo a precisarlo, non è per me una fissazione al punto di affrontare l'argomento con senso di superiorità o snobbismo, stimo comunque molto di più quelli che difendono la grammatica e le sue regole di quelli che, per partito preso contro i da loro definiti "maestrini", esaltano l'ignoranza! Il linguaggio è fondamentale per comprendersi, eppure è così difficile utilizzarlo in modo appropriato, nel senso che spesso, pur spiegando tutto per filo e per segno, ci si fraintende lo stesso. E' vero che ci sono cose, tanto per dirne una i sentimenti, che non sono pronunciabili, descrivibili o spiegabili. Per quanto preciso vuoi essere con le parole, non riesci quasi mai a far capire come ti senti. Ma qui non è una questione di linguaggio, bensì di sovrastrutture mentali, che, influenzando, consapevolmente o meno, la mente di chi ti ascolta, ostacolano la comunicazione. Quindi ecco che l'emotività, fosse pure governata dalla ragione, ha comunque quasi sempre il sopravvento. Ma il linguaggio non può andare perso. Va tramandato e conservato, come qualcosa di fondamentale e prezioso, e va tramandato con le sue regole, che devono essere seguite e rispettate perchè il linguaggio esplichi la sua funzione principale, cioè la comunicazione. Come si farebbe senza? Da che so, anche se ho dimenticato quanto ho appreso dagli studi, è da quando i primi gruppi umani hanno avuto contatti tra loro che il linguaggio ha preso vita, per necessità direi vitali. Le regole sono poi state stabilite ere più tardi, ma sono anch'esse fondamentali, in quanto fissano l'ampia gamma delle proprietà del linguaggio per facilitarne la trasmissione e la diffusione. Allora perchè cambiarle o ignorarle? Dicono che il linguaggio è qualcosa di dinamico, il che è vero. Ma appunto per questo, è necessaria una regola, che fissi gli standard validi per tutti. E questo più per lo scritto che per l'orale, in quanto lo scritto ha un "obbligo" diciamo, di precisione maggiore per il fatto che c'è assenza di tono di voce e di espressioni facciali. Le regole andrebbero seguite e rispettate, e non per una questione di estetica o di oratoria, ma proprio per una questione di comunicabilità. Che poi, la poesia, la letteratura, che fine fanno? Ci sono casi di persone che si professano lettori accaniti e poi sbagliano una parola su due. E questo perchè? Perchè quello che ci passa davanti ogni giorno è scritto senza cura, così buttato là, e dai oggi dai domani, diventa un'abitudine. Ora, non è che si vuole tartassare o ossessionare con questo chiamiamolo pure problema, ma alla fine è anche una questione di rispetto per se stessi tenersi informati sul principale mezzo di contatto con il resto del mondo, e fanno bene quelli che non perdono occasione per ricordarne le regole per una corretta comunicazione. Capire e farsi capire sono le funzioni del linguaggio, e riuscire a capire e a farsi capire è la funzione delle sue regole. Quindi non si tratta di forma, come alcuni professano, ma di sostanza, anche quando di forma si tratta (vedi poesia e prosa). A meno che non siamo pronti a questo:
"Nl mzz del kamin D nst vItA" "Sere HO nn Sere, qst e il problm" "e il naufragar m'E dlc in qst mare"
23:23
Scritto da: ellypettino
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24/01/2012
Il capotavola

A proposito di schemi mentali e simboli delle emozioni umane.
Stamattina è uscito il discorso del capotavola. E ovviamente sono usciti fuori i ricordi delle usanze di famiglia. L'argomento è partito da una mia considerazione sugli uomini che rispettano le donne. A questo proposito, mi è tornato in mente un episodio in cui, a pranzo da mio cognato e sua moglie, mio cognato aveva sistemato a capotavola me da una parte e sua moglie Concha dall'altra. Una tavola "matriarcale" praticamente. La cosa mi aveva colpito parecchio, perchè? Perchè non sono assolutamente abituata a pensarmi a capotavola, e questo punto particolare ha generato le conseguenti considerazioni. Fondamentalmente sento di non dare importanza a queste cose, una sorta di simbolo di gerarchia, che di fatto non ha alcun valore. Eppure la mia educazione mi porta, evidentemente più inconsapevolmente che altro, a dargliene, altrimenti quell'episodio non mi sarebbe sembrato strano. In effetti a casa mia il capotavola era di mio padre, e dall'altra parte non c'era mica mia madre, le donne a capotavola non erano previste, e nemmeno i miei fratelli, erano troppo giovani. Al massimo ci si sedeva mio nonno quando veniva a trovarci. Così, ho formato lo schema mentale che il capotavola è l'uomo, e sono cresciuta ritenendo questa cosa naturale, simile, per dire, alla gerarchia dei cani, che vanno per anzianità e capobranco. Il capo-famiglia, cioè mio padre, era di diritto il capotavola. Ora che lui non c'è più, istintivamente metto a capotavola chi so che dà valore a queste cose, tipo mio fratello, che non sente di averne il diritto ma ne rimane lusingato. Mi hanno educato, fin da mia nonna materna, a mettere a capotavola sempre il marito, anche se so che lui non ci bada, anzi, come suo fratello, ha un concetto di famiglia più matriarcale. Però vedi cosa combinano gli schemi mentali, inculcati per educazione e direi anche per abitudine. Combinano che io non mi sento un capotavola mai, non mi offendo se non mi ci mettono e mi imbarazza se me lo cedono. E ogni volta che c'è una tavolata, mi viene spontaneo darlo ai miei fratelli o a Paolo, e meno spontaneo darlo a mia madre, e questo francamente mi dispiace. Alla fine sono tutti schemi mentali. A casa mia abbiamo preso il tavolo (che usiamo maggiormente) rotondo, quindi il problema non si pone. Questo mi fa pensare ai cavalieri della tavola rotonda, che l'hanno scelta rotonda proprio per simboleggiare visivamente il fatto che erano tutti alla pari, nessuno era più importante degli altri. I fondamentali simboli delle emozioni umane.
17:47
Scritto da: ellypettino
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18/01/2012
Le more tra i rovi
Ricordi di montagna. Quando si andava a spasso, ogni giorno avventurandosi in zone diverse. Ne facevamo spesso di giri. A volte ci si fermava sul ciglio delle strade, dove era pieno di rovi di more, certe morone grandi nere e gustose mai più viste, nè mangiate di così buone. Mia mamma ne va matta, e ne raccoglieva a manciate, incurante delle grosse spine. Faceva una specie di sacca con la maglia o la giacca che indossava, e le metteva lì per portarle via (ovviamente di due una la mangiava subito). Ho nostalgia di quei tempi, sì. Ma più che altro della spensieratezza. Come quella volta in cui mia madre raccolse quella che pensava essere camomilla e che poi per un caso molto foruito scoprì essere cicuta. Si andava in giro tranquillamente, senza paura di pericoli, ingenuamente. Oggi ad esempio ci sarebbe grande preoccupazione di avvicinarsi ai rovi di more, per la paura di eventuali vipere o altri pericoli. Diventerebbe un problema camminare sul ciglio delle strade; non ci si sentirebbe tranquilli a raccogliere piante quelle che siano, anche se sai perfettamente che si tratta di camomilla e non di cicuta, il dubbio ti resta lo stesso. Ci sono tante paure, indotte, radicate o innate, vuoi anche per l'enorme aumento dell'informazione (ai tempi, chi nemmeno sapeva cosa fosse un computer), che è utile di sicuro, ma spesso più che avvertire o limitarsi ad informare, getta vero panico e diffidenza. Qua pare che non puoi mangiare niente, devi controllare tutto; non puoi fidarti di nessuno perchè chissà chi può essere e cosa può farti; non puoi viaggiare, non puoi spostarti, non puoi non puoi non puoi. E va così che la spensieratezza di andarsene belli e fiduciosi a raccogliere more tra i rovi è quanto meno minata.
12:17
Scritto da: ellypettino
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12/01/2012
Ofelia e Amleto - l'amore e la follia

Chi è folle davvero e chi lo è solo perchè gli altri lo ritengono tale.
Amleto non è pazzo, tutt'altro. E' lucidissimo. Ma disprezza tutti, è amareggiato da tutto, deluso da chiunque, e, per questo, rabbioso verso tutto. Incompreso e ritenuto folle, la sua voce si perde nell'aria come se nessuno la sentisse, il suo animo, grande, è solo a parlare con se stesso, le parole che gli danno espressione si scontrano con l'ottusità delle parole altrui che sembrano solo dettate, suggerite o prescritte su un copione di falsità ed ipocrisia contro cui un animo sofferente come il suo non può competere. Eppure si ostina a tentare di farsi capire, gridando la verità di un'ingiustizia immensa con la disperata consapevolezza che non è nè sarà mai risanata. Ofelia, con la sua innata semplicità e purezza, gli crede e gli è devota, ma non comprende il suo animo, non riesce a raggiungerlo, perchè rimane, a causa della sua ingenuità, fedele ai copioni di ipocrisia del mondo che la circonda, famiglia in primo luogo, e non comprende, sempre per ingenuità, che è proprio questo il motivo dell'ira di Amleto nei suoi confronti, non comprende il tormento di lui tra l'amore e l'odio in pari misura per questa sua purezza che la distingue da tutto e contemporaneamente la induce a farne parte fermandosi, almeno apparentemente, solo alla superficie tanto da, al pari degli altri, giudicare Amleto folle. Ma lei lo ama profondamente, e questo è lui a non capirlo. E, ironia della sorte (oltre che dimostrazione palese che Amleto non era DAVVERO pazzo), sarà proprio lei - e principalmente proprio a causa di lui, il suo amato che dopo aver ucciso il loro amore, uccide suo padre- vittima della VERA follia, cioè lo stravolgimento inesorabile di una mente sensibile e pura incapace di sostenere la brutalità del reale, che la porterà a togliersi la vita.
OFELIA: Oh, quale nobile animo è qui sconvolto! l'occhio, la lingua, la spada del cortigiano, del soldato, del dotto, la speranza e la rosa del buon governo, lo specchio della moda, e il modello delle creanze, osservato da quanti fanno osservanza, del tutto, del tutto caduto! Ed io la più afflitta ed infelice delle donne, che succhiai il miele delle sue soavi promesse, ora vedo quella nobile e davvero sovrana ragione, stonata e stridula come dolci campane sbatacchiate; quella impareggiata forma e figura di fiorente giovinezza annichilita dalla follia; misera me, che ho visto quel che ho visto, che vedo quello che vedo.
13:44
Scritto da: ellypettino
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Racconto su Web
Insieme ad alcune amiche virtuali, abbiamo dato vita a questa iniziativa, un racconto su web: da un incipit che dà lo spunto per una storia, ognuna porta il suo contributo a seconda dell'ispirazione, e si va avanti ad oltranza, per vedere cosa ci esce. Naturalmente, è più che gradito l'intervento di chiunque voglia partecipare, tra svolte e spunti differenti potrebbe venirne fuori una storia molto interessante, e di sicuro unica.

(BETTA)"Si svegliò che era l'alba, e uscì in fretta dalla tenda da campeggio. Iniziò a guardarsi intorno, notando quello che il buio della notte gli aveva nascosto. Il lago era davanti a lui, piatto come una tavola e scintillante di sole. Non era molto distante, ma
PER ARRIVARCI, DOVEVA ATTRAVERSARE...
(MOTHY) ...per arrivarci doveva attraversare il lago. Quella, gli sembrò l'unica via possibile per raggiungere il borgo che intravedeva oltre il lago!
............
(SONIA) Cominciò a radunare le sue cose, la tenda, il sacco a pelo e la lampada a gas.
con un piede scompose i resti del fuoco da campo, sapeva non avrebbe potuto cancellare del tutto quella traccia, ma non voleva rendere più facile il compito a chi lo stava cercando.
mise lo zaiono in spalla e cominciò a camminare tenendo la riva del lago alla sua sinistra, verso nord.
Cercava tra gli sterpi un'imbarcazione che gli permettesse di attraversare il lago evitando così la foresta.
non era superstizioso, ma ne aveva sentite talmente tante su quella foresta che piuttosto che entrarci avrebbe traversato il lago a nuoto.
Se solo avesse ricordato come aveva fatto a ritrovarsi sulla sponda opposta rispetto a dove viveva..........................................
(MOTHY) ma in quel momento era poco importante ricordare, istintivamente sentiva il bisogno di approdare a quel borgo, solo lì, forse avrebbe trovato la salvezza. I suoi passi erano lenti e incerti...come un animale spaventato che teme l'agguato del suo predatore. Ma quel sole infuocato che si rifletteva sul lago, gli dava calore e senso di tranquillità. Mentre nel suo cuore, si alternavano emozioni di paura e di speranza. Con lo sguardo fisso verso il lago, non notò che........
chi vuole partecipare, clicchi sul link.
01:52
Scritto da: ellypettino
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11/01/2012
Esiste l'anima gemella?

secondo me sì, ma essendo un argomento astratto e tra tanto scetticismo - razionalità che c'è in giro, baso il mio discorso sul "se fosse". Penso che l'anima gemella, per quelli che dicono di crederci, sia limitatamente identificata con l'Amore della nostra vita, e invece io credo siano due cose distinte. L'anima gemella, "se fosse", non è, a mio parere, qualcosa in cui credere o meno, non è qualcosa di astratto in cui avere fede, nè qualcosa, come l'amore, che si sente dentro. Non ha strettamente a che fare con i sentimenti, per me ha a che fare con la dualità e la specularità della natura e con il discorso che al mondo siamo tutti collegati. In natura tutto è speculare, il completamento, la perfezione di ogni cosa della natura, sue imperfezioni comprese, sono dovuti sempre all'insieme fondamentale di due metà fondamentali (vedi la coppia) specularmente combacianti. Lo stesso vale per l'anima. Ogni anima è la metà di un'altra, che non necessariamente coincide con il compagno o la compagna di vita. Può trattarsi anche del fratello, o dell'amico, o di un conoscente. E qui entro in un campo controverso, perchè ogni volta che affermo questo, mi si dice che ancora cerco l'anima gemella, quasi come se, già solo per il fatto che credo che esista, facessi un'offesa alle persone della mia vita. Non è così e non c'è da offendersi, come tu non sei la mia io non sono la tua. Non è qualcosa che si cerca, è qualcosa che, se è, si trova. Anche perchè io sono l'anima gemella della mia anima gemella, siamo due parti di una sola anima che si è scissa e, per essere completa, dovrebbe ritrovarsi e riunirsi, cosa che non è detto che accada mai. Il compagno di vita è un'altra cosa, e ha a che fare con l'amore. Per amore si sta insieme, si vive insieme, e le nostre anime finiranno comunque con l'incastrarsi, per abitudini e per, diciamo, simbiosi, volendo. Ma questo non è essere due parti di una stessa anima. Può anche accadere che l'anima gemella e l'amore della vita coincidano, visto che l'anima gemella può essere chiunque, e quando questo avviene, credo sia quanto di meglio possa capitare. Ma non è assolutamente detto che l'amore della vita sia la nostra anima gemella, senza nulla togliere al primo, questo è assodato, dell'anima gemella non è detto che ci si innamori. Farli coincidere è limitante sia nei confronti dell'uno che nei confronti dell'altra, è rinchiudere l'idea in uno spazio di pensiero ristretto e schematico, "anima gemella=amore, se hai l'amore DEVI pensare che sia lui la tua anima gemella". Io non la vedo così. Io la vedo come la parte speculare della nostra anima, che si è originariamente scissa per entrare nel flusso di energia che ci collega tutti. A questo punto sorge spontanea la domanda, cos'è l'anima? Cos'altro se non energia? Un'energia con sue caratteristiche ben definite (tipo il carattere), come per l'aspetto fisico. Ora, "se fosse", questa energia, in quanto entità non fisica, si scinde, e le due metà prendono vita a sé, facendo esperienze diverse, costruendo ricordi diversi, ma si tratta sempre comunque della stessa anima. Tra l'altro questo, volendo, spiegherebbe stranezze tipo il dejavu, o il sognare luoghi o persone mai visti, e che potrebbero invece essere noti all'altra metà della tua anima. Per me l'amore fa di due metà una cosa sola. L'anima gemella sono per natura due metà di una cosa sola.
Così la vedo.
14:50
Scritto da: ellypettino
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