Dic 13, 2018 - Senza categoria    No Comments

Consiglio di lettura: Ottantuno

Un altro libro che consiglio vivamente di leggere:

altro (capo)lavoro di mio fratello. C’è tutto. Una lettura interessante e piacevole, grazie ai racconti e ai personaggi presenti, perfettamente definiti e individualizzati. Storie di vita, spesso commoventi fino alle lacrime, che trasportano e fanno riflettere.

C’è l’argomento chiave, la sicurezza sul lavoro, tema sempre vivo e attuale, e fondamentale, secondo me, questo libro dovrebbe essere letto nelle scuole.

C’è informazione, con la citazione di leggi, dalla loro creazione fino agli ultimi emendamenti, in merito al trattamento legale della sicurezza sul lavoro.

E c’è il messaggio, punto di contatto e filo conduttore del testo. Un messaggio da non dimenticare mai, profondo ed essenziale, che tocca chiunque, ogni individuo, di ogni età, di oggi, di ieri e di domani, e che ci accomuna tutti: il valore, unico ed assoluto, di ogni singola esistenza.

Assolutamente consigliato.

Set 17, 2018 - Senza categoria    No Comments

“Se ci pensi, è così…”

“Se ci pensi è così. Come quando ti incanti in
un’alba. E in tutta la sua potenza, il frattempo
di tutti i frattempi diventa maestoso. L’inizio
di tutti gli inizi è un trionfo del blu. E non puoi
fare altro che respirare felicità. Qualunque
animo tu abbia nel cuore, quel blu supera tutto
e ti disegna un sorriso sulle labbra che ti sale
dal profondo e ti commuove e si muove”

(“Come il senso della pioggia“)

Mag 26, 2018 - Senza categoria    No Comments

Abitudini alimentari e rapporti umani

Tempo fa mi venne in mente questa idea, che, ho saputo ultimamente, pare sia stata teorizzata a livello di studio comportamentale o una cosa simile. Fatto sta che io ci ho fatto delle considerazioni da tempo, in merito a me stessa, ovviamente, che, salvo eccezioni che sicuramente ci saranno a smentirmi, mi sembrano piuttosto logiche e valide. Si tratta del paragone tra il rapporto con il cibo e quello con gli altri, cioè in base a come ci si rapporta con il cibo si può capire anche come si vivono i rapporti umani. In fondo il rapporto con il cibo è il primo in assoluto con il mondo esterno, in quanto necessario per il sostentamento. E’ importante che il bambino abbia un approccio buono con i suoi pasti, magari mangiando da sé, mettendoci le mani dentro, per prendere diciamo confidenza e crearsi un suo rapporto personale con quello che andrà a mettersi in corpo. Già da qui ci sono buoni spunti per delineare il modo in cui si vivranno amicizie e conoscenze, ed è qualcosa che da allora ci portiamo naturalmente dietro crescendo. Per quanto mi riguarda, dunque, non mangio di tutto, anzi, qualitativamente sono fin troppo selettiva, e (purtroppo!) prediligo pasta pane pizza, che mangerei in quantità industriali, non mi piacciono tutti i condimenti, al contrario, se c’è qualche sapore che copre o in qualche modo varia il gusto di un piatto che amo, tale piatto non mi piace più. E’ come se, in qualche modo, questo sapore su cui conto e che mi piace mi deluda, per cui non mi piace più. La particolarità, che tra l’altro mi portò a riflettere su questa teoria, è che proprio non sopporto di mettere in gola un sapore che non mi piace, perché me ne rimane il gusto spiacevole per molto tempo, se addirittura non arrivo a sentirmici male. Ecco perché sono selettiva, e molto attenta non tanto, come fanno spesso i salutisti, a scegliere cibi ben coltivati, sani senza grassi spossi e brizzi, quanto a scegliere cibi con i sapori che conosco e che amo di più senza rischiare di ritrovarmi un sapore che non mi piace e mi rovina il palato(=l’animo) per giorni. E ancora, mi piace una cucina semplice, non arzigogolata, non mi piace mischiare troppi sapori, se ce n’è uno che amo tanto mai lo andrò a variare con odori o spezie che possano alterarlo, insomma sto molto attenta al sapore che andrò a mettere dentro visto che so bene l’effetto che mi fa un sapore spiacevole e che non voglio assolutamente rischiare di affrontare. Mi piacciono i piatti semplici però, aggiungo, amo tantissimo la presentazione, un tocco di arte vero e proprio in alcuni casi, specialmente quando creano forme precise, tipo facce di animali (meglio se buffi :D) o paesaggi, insomma mi piace molto. Ma se devo mettere in corpo, è fondamentale il gusto, non amo sperimentare cucine esotiche e sapori troppo diversi da quelli a cui sono abituata, perché tanto mi fa stare bene un sapore che amo altrettanto mi fa stare male un sapore che non mi piace. Poiché per me ciò che conta è il gusto, altro particolare importante, il cibo che mi piace mi piacerà sempre mentre quello che non mi piace non mi piacerà mai, non mi è mai capitato di cambiare idea su quello che mangio. Preciso che, pur non essendo propriamente una buona forchetta, ritengo che il cibo sia fondamentale, quanto al gusto, intendo, nella vita di tutti, che addirittura sia una delle cose migliori della vita. Vuoi mettere quando sei giù di morale, un bel piatto di quello che si preferisce, come ti risolleva l’animo? Per dire, quindi, il fatto di non essere una buongustaia non mi impedisce certo di riconoscere l’importanza e il valore del cibo. Anzi ne sono consapevole al punto di pensare che determini il comportamento umano nei rapporti con l’esterno. Considerando il mio caso, sempre, posso affermare senza riserve che il mio approccio con gli altri è assolutamente riscontrabile nel mio modo di mangiare. Come del cibo ti resta il gusto – positivo o negativo -, così dei rapporti con le persone ti rimangono sentimenti e sensazioni. Quindi sono selettiva nelle amicizie, mi piacciono le persone limpide, semplici, anche chiuse volendo, ma comunque non complicate da aprire, non “arzigogolate”, assolutamente no quelle sfuggenti o volatili, ma con un “sapore” definito e definibile, quello che mi piace e con cui mi trovo bene (mi dà “gusto) lo vivo fino in fondo (in quantità industriali) prendendolo come punto fermo e fino a darmi in esclusiva,  mentre tendo ad evitare di netto le persone che non mi convincono o non mi mettono a mio agio già da subito, quelle che dominano o mettono in soggezione, troppo esaltate e troppo concentrate su loro stesse tanto da non vedere proprio gli altri, quelle che tanti ammirano (tipo i cibi di massa) e adulano quando loro non hanno nessun interesse per nessuno e non fanno sentire importante nessuno, a parte loro stesse, per qualche atteggiamento o modo di essere che mostrano, per cui cerco di averci a che fare il meno possibile per non avere il senso di malessere da portarmi dentro, come appunto un sapore che non mi piace. E anche se la loro “presentazione” è piacevole, come pare dimostrato dalla popolarità, se non mi convince come sono non le “assaggerò” nemmeno, figuriamoci approfondire la conoscenza. E infine, chi mi piace mi piace in tutto, chi non mi piace non mi piacerà mai. Mi sembra che fili come discorso. Per avvalorarlo, però, ho provato a fare paragoni anche per altre persone, tra quelle che conosco. E anche là ho avuto una conferma. Perché chi ha un rapporto buono con il cibo, nel senso che mangia di tutto, è portato a provare piatti nuovi, sapori nuovi, ha lo stesso approccio con gli altri, cioè non si sofferma su nessuno in particolare, a differenza mia, non ritiene speciale nessuno rispetto agli altri, mette tutti sullo stesso piano, conoscenze nuove come eventuali future amicizie, e amicizie datate, è aperto verso tutti ma guardandoli come da una finestra, cioè senza dare niente di sé più di tanto, né aspettarsi più di tanto da nessuno. Persone buone, senza dubbio, ma senza una specifica predilezione per nessun pasto come per nessuna persona, nessun sapore è cattivo, vanno bene tutti, a seconda del momento e dell’animo, ma senza togliere nemmeno niente a nessuno. Gustano ogni pasto (rapporto) al momento, nell’occasione, e lo vivono tutto là, traendone piacere e soddisfazione in ogni caso. Oppure c’è chi preferisce mangiare solo quello che si prepara da sé, con i condimenti, le quantità, i formati, le dosi di cui ha voglia in quell’istante; questo tipo di persona ama gestire i rapporti da sé, è in qualche modo selettivo, ma non quanto me, non del tutto, perché comunque i sapori non lo sconvolgono, è portato a provarne di nuovi, a sperimentare, e non teme sapori cattivi, nel senso che riesce a sopperirli con un altro sapore senza problemi, non ha, come me, il cruccio di restare per giorni col sapore spiacevole in bocca, quindi non ha problemi ad avere a che fare con persone che non ama particolarmente, riesce a gestirle lo stesso, riesce a mantenere un certo distacco, ecco, (altra cosa che io non riesco a fare), e a farsele passare una volta passato il momento. Diciamo che, come con il cibo, ha la tendenza (e la volontà) a gestire personalmente i rapporti, a mantenerne il controllo senza farsi sopraffare mai. Beh, direi che ci siamo, il paragone cibo/rapporti esterni sembra quadrare perfettamente. Per me è stata una scoperta, e mi sono entusiasmata sempre di più man mano che consideravo i diversi casi per confermare o smentire questa teoria. Ve lo consiglio vivamente, se volete fermarvi a riflettere per capire come vi approcciate con gli altri, provate a pensare a cosa e come vi piace mangiare. Può essere davvero divertente quanto rivelatore.

Rileggendo questo post risalente a qualche annetto fa, mi è venuto in mente un aspetto che sia lo attualizza, cioè lo riporta alla situazione presente, sia lo avvalora ancora di più, nel senso che conferma quanto avevo pensato e scritto anni fa. Ultimamente, non so specificare da quando, in realtà, ma piuttosto di recente, ho notato che i piatti, anche quelli più amati, che si prendono a domicilio o comunque non sono fatti in casa iniziano ad avere un sapore uniformato, per lo più insipido. Ad esempio, il calzone, una delle cose, almeno per me, più buone al mondo, non ha, o lo ha sempre meno, il sapore di prima. Quando lo mordi, non distingui il sapore del prosciutto cotto da quello della mozzarella e di altro eventuale condimento che fino a poco tempo fa, amalgamati insieme, davano un gusto impareggiabile. Eppure, esternamente è uguale a prima, il profumo è sempre molto ma molto invitante. Ma il sapore no. Ho fatto questo esempio prendendo un tipo di calzone che conosco da quando andavo al liceo, vale a dire anni e anni fa, e che è sempre stato squisito, e riconosciuto praticamente da tutti come tale. E questo vale anche per altro. Alcuni dolci, ad esempio, o i gelati, anche famosi. Niente, il sapore sembra essersi azzerato. Non so se è dovuto al fatto che si è diffuso il salutismo a tutti i costi, che sempre più spesso risulta esagerato, che addirittura sta facendo cattiva pubblicità a sale e zucchero. Comunque sia, questo è. Ora, se riportiamo, come dal post qui sopra, il paragone con i rapporti umani, e consideriamo che si sono sempre più raffreddati, molto a causa di internet e dei vari dispositivi di comunicazione, detto paragone lo si può confermare. Da tante cose che si sentono, i rapporti umani sembrano sempre più spersonalizzati, insipidi, superficiali. Conta più che altro la forma, l’aspetto, che sia invitante, e magari anche qualche particolare che inviti in qualche modo a prolungare il rapporto. Ma di fatto, quando lo si assaggia, non sa di niente, non lascia niente e difficilmente spinge a tornarci su.

(UPper curiosità. Dal 7/lug/2012)

Mag 25, 2018 - Senza categoria    No Comments

Della serie: sfatiamo le favole – Bella e la bestia

Uno dei classici, senza dubbio, molto romantica. Ma ultimamente nel suo significato, un po’ a malincuore l’ho riconsiderata, specialmente da quando è uscito Shreck. Analizziamo di che si tratta. Una bella ragazza dal cuore limpido che si innamora di un essere ripugnante e aggressivo. Fin qui niente di strano (succede spesso anche nella vita vera). Poi però che succede? Che lei salva lui con il suo amore ritrasformandolo nel …. principe azzurro. Ora, non so se è accaduto solo a me, ma già dalla prima volta che ho visto il cartone, alla fine ci sono rimasta male quando si trasforma. Perché attraverso l’innamoramento di lei, me ne ero innamorata anch’io, ma della bestia, non del principe! Vabè, e mettiamoci che io non sono normale. Ma poi ho riflettuto sull’effetto che ha sui bambini. E ho concluso che è diseducativa e fuorviante. Perché qual è il suo messaggio? Che è impossibile sposare un mostro. Il fatto che alla fine questo essere si trasforma in un bellissimo principe e che danzano felici ed innamorati in un castello da sogno è diseducativo. Considerandola dal punto di vista dei bambini, tanto per dire, a mia nipote non piace, non la prende, e lo capisco il perché. Lei che è così romantica, non capisce come può Bella innamorarsi della bestia, quando però si abitua all’idea questo si trasforma in un principe, le si confondono ancora di più le idee, in qualche modo ci rimane male, perché i bambini sono molto più realistici di noi adulti, anche nei loro sogni, e quello che vedono non lo ignorano mai, se ne fanno sempre un’idea, d’altra parte è questo il miglior modo (se non l’unico) per imparare.  Non sa, non può saperlo, che il senso vero è che ci si innamora dell’anima di una persona, non del suo aspetto. Non può saperlo e questa favola nemmeno glielo insegna, visto che alla fine sono bellissimi felicissimi e principeschi, senza più neanche un problema.
Ed ecco qua sfatata un’altra favola. Come tutte le favole Disney, a me è sempre piaciuta molto, in realtà, ma come messaggio francamente preferisco Shreck e il suo “avrai dell’amore la forma”, vale a dire è l’amore a dare la forma e non il contrario. E’ più “realistico”, più onesto. E di certo non meno romantico.

 

Mar 26, 2018 - Senza categoria    No Comments

Citando citazioni – citando un vecchio post…

salvador+dali+Landscape-With-Butterflies_jpg.jpgsi riflette sempre e tanto. Eccone un’altra, che riguarda un argomento tra l’altro per me  ricorrente in questi ultimi giorni. 

L’ onestà intellettuale, è la prima tra tutte le virtù. E’ rara, perché presuppone grande potere di analisi, onestà, forza e coraggio. Cambia la prospettiva delle cose, ci smaschera delle nostre debolezze e ci pone di fronte ad una triste condizione: che la maggior parte delle cose che ci rendono infelici siamo noi ad averle volute. •Web-

Ne ho parlato spesso, in merito a situazioni disparate e purtroppo anche troppo frequenti. E poi ecco che mi trovo davanti ciò che penso formulato da altri nel modo migliore, il che mi è sempre utile per esporre le mie idee, senza risultare presuntuosa o sentenziosa. Sono queste la prova che non posseggo nessuna verità assoluta, e nello stesso tempo che quello che dico non è poi tanto sbagliato. L’onestà intellettuale, cioè di pensiero. E’ qualcosa che ho consigliato a qualcuno in difficoltà, che non sa che pesci prendere in una situazione opprimente, e che qualcun altro mi ha raccontato di aver detto, quasi con le stesse parole, ad altri in analoghe condizioni. Se torna così spesso e in questo modo, il concetto deve essere giusto, in qualche modo. L’onestà su noi stessi è fondamentale, e non nuoce a nessuno. Se si è onesti, su ciò che siamo e proviamo, si trova pace, come quando tiri un grande sospiro liberatore, e nello stesso tempo non si inganna né si imbroglia altri, costringendoli in una situazione che in realtà non è vera perché basata su  una finzione. Troppe sono le persone che si imbrigliano in un sistema di vita che in realtà non sopportano, eppure continuano a rimanerci e ad andare avanti perché, che so, oggi magari c’è il sole, che li mette d’animo buono e quindi le cose non sembrano poi tanto male, non calcolando che domani l’oppressione la sentiranno di nuovo. Oltre al notevole problema che, persistendo in questo modo, costruiranno qualcosa su un terreno sbagliato, e ciò che crescerà non potrà che essere sbagliato. Esempio, una persona che ha palesemente ammesso di convivere con un tipo che non la rende felice, al punto che ora lei odia tutti gli uomini e sta agendo, di nascosto, per vendicarsi di questo (vendicandosi però su chi non c’entra assolutamente niente. E questo è giusto?). Ma allora, se è così e lo riconosce, cosa ci convive a fare? Non può pensare di amarlo, qualsiasi sentimento in questo caso si deteriora. Né può dire di non avere scelta, perché una scelta C’E’ SEMPRE, ad esempio per dirne una, può smettere di conviverci, può starsene per conto suo, magari l’uomo giusto arriverà. In questo modo sarebbe più serena lei, ed eviterebbe anche di fare danni in giro. Posso capire che non è facile, non è mai facile, e il peggio è proprio guardare in faccia la realtà e riconoscere dove sta davvero il problema. Ma non è giusto continuare a vivere in questo modo e a far vivere ad altri il proprio disagio che non si vuole riconoscere. Non si vuole, perché? Per non restare soli? Ma così lei è sola, anzi è sola e per giunta arrabbiata, e lo sarà sempre di più, così sì che non avrà più scelta. Continua un percorso che più va e più si interseca finché non potrà più tornare indietro. Ma come si può vivere così, come palline di un flipper, mandate di là e di qua dalle circostanze senza minimamente tenere conto di ciò che si vuole davvero e di ciò che non si vuole, e accettando la condizione infelice come norma, con sprazzi di quella che sembra felicità ma che in realtà non lo è? Essere onesti su noi stessi non può che tranquillizzarci,  perché placa l’animo permettendoci di uscire dalla condizione infelice che, come dice la frase, da soli ci infliggiamo, per paura, o vigliaccheria o semplicemente per quieto vivere, e, tranquillizzandoci noi, possiamo contribuire alla futura felicità di chi ci è vicino, che, messo davanti alla verità, è finalmente libero di essere onesto con se stesso a sua volta.  Prima che le cose precipitino inesorabilmente, ferendo magari gente innocente e causando danni che potrebbero essere evitati, il passo migliore è uno solo: smettere di mentire a noi stessi. Il resto viene di conseguenza. 

E’ facile a dirsi, difficile a farsi. Ma la seconda, alla fine dei conti, può essere superata facilmente. 

Feb 11, 2018 - Senza categoria    No Comments

Il Carnevale

 

Documentandomi qua e là su Internet, e non soltanto su Wikipedia questa volta, ho letto diverse cose interessanti, delle quali in parte non conoscevo e in parte non ricordavo. Iniziamo con il nome stesso di Carnevale:

Deriva dal latino “carnem levare” (“eliminare la carne”), poiché anticamente indicava il banchetto che si teneva subito prima del periodo di astinenza e digiuno della Quaresima.

Una particolarità di cui non ero a conoscenza è il fatto che l’inizio del periodo varia da regione a regione. 

“Secondo un proverbio bergamasco, “dopo Natale è subito Carnevale”. L’inizio del periodo carnevalesco varia da regione a regione. In alcune appena dopo l’Epifania,  in altre dopo la Candelora del 2 febbraio e più frequentemente dopo Sant’Antonio Abate, il 17 gennaio. La fine invece è sancita dalla data del martedì grasso calcolata in base alla quaresima che varia ogni anno secondo la Pasqua. Quest’ultima è fissata dopo la prima luna piena di primavera.” [cit.]

” Un’eccezione è data dal carnevale di Borgosesia che prevede un’appendice nei giorni di inizio della Quaresima con la festa detta del Mercu Scurot.” [cit.]

In merito ai simboli del carnevale, cioè coriandoli e stelle filanti, ho trovato questa particolare notizia sulle rispettive origini: 

Nel Rinascimento per Carnevale i semi del coriandolo venivano glassati con lo zucchero, e da li iniziò la tradizione dei coriandoli a Carnevale, in un secondo momento formati da pallottoline di gesso, attualmente dischetti di carta multicolori.Le stelle filanti sono lunghe strisce di carta colorate che lanciate insieme ai coriandoli danno ancora più colore ed allegria al carnevale.  [cit.]

Un’altra cosa molto interessante su cui non mi sono mai più di tanto soffermata riguarda le maschere. Oltre alle loro origini e significato, ho voluto accennare anche alle tipiche maschere italiane, che comprendono un po’ tutta la penisola (nord e sud), caratterizzandoci sotto diversi aspetti. Quindi meritano di essere ricordate. 

 

STORIA DELLA MASCHERA.

L’uso della maschera è antichissimo e si può già ritrovare all’origine della storia degli uomini. Venne utilizzata fin dalla preistoria per rituali religiosi, rappresentazioni teatrali o feste popolari come il carnevale. probabilmente deriva dal latino medioevale màsca, strega, tuttora utilizzato in tal senso nella lingua piemontese. Si trova traccia dell’origine del termine nell’antico alto tedesco e nel provenzale masc, stregone. Dal significato originale si giunge successivamente a quello di fantasma, larva, aspetto camuffato per incutere paura. Alcuni la fanno derivare dalla locuzione araba maschara o mascharat, buffonata, burla. Originariamente era indossata per nascondere le fattezze umane e, nel corso di cerimonie religiose, per allontanare gli spiriti maligni. In seguito, prima nel teatro greco, successivamente in quello romano (vedi foto in alto: maschere tragicomiche), la maschera venne usata regolarmente dagli attori per sottolineare la personalità e il carattere del personaggio messo in scena, fino al fiorire in Italia della “Commedia dell’Arte”. 

 

ARLECCHINO.

Arlecchino è un servo di Bergamo, lazzarone e truffaldino, in perenne litigio col suo padrone. Il suo nome deriva dal medioevo francese: Harlequin, o Herlequin o Hellequin. Ha un carattere stravagante e scanzonato, ma furbo. 

BALANZONE.

Il dottor Balanzone, nasce a Bologna, e deve il suo nome alla “balanza”, cioè la bilancia, simbolo della giustizia dei tribunali. E’ un personaggio pedante e brontolone; parla tanto e non conclude niente, ma anche dotto e sapiente.  

BRIGHELLA.

Con Arlecchino sono i servi della commedia dell’arte, ed entrambi sono nati a Bergamo. Fa un’infinità di altri mestieri, più o meno leciti ed onesti, ritrovandosi sempre in mezzo a svariati intrighi. Caratteristica del carattere è la prontezza e l’agilità della mente, nell’escogitare inganni e trappole in cui far cadere il prossimo. E’ intrigante, molto furbo, e bugiardo.   

COLOMBINA.

Servetta veneziana, è la fidanzata di Arlecchino, anche se lui non sembra volerla sposare. È molto vanitosa, un po’ civetta e ci tiene ad avere sempre un bell’aspetto. E’ giovane e arguta, dalla parola facile e maliziosa, abile a risolvere con destrezza le situazioni più intricate. 

GIANDUIA.

E’ la maschera di Torino. Dal suo nome deriva quello della cioccolata gianduia e del famoso cioccolatino “Gianduiotto”. E’ un intenditore di vini doc e della buona tavola.  

PANTALONE.

Nasce a Venezia intorno alla metà del ‘500 e rappresenta il tipo del vecchio mercante avaro e lussurioso, vizioso con le donne. Il nome Pantalone deriva da “Pianta Leone”, come venivano definiti coloro che, con la scusa di conquistare nuove terre per Venezia, piantavano la bandiera di San Marco su ogni terra che trovavano. 

PIERROT.

L ’innamorato malinconico e dolce, ma anche pigro. Abile nel parlare, è il più dotto e ribelle dei servi:  critica gli errori dei padroni e spesso finge di non capire i loro ordini, eseguendoli al contrario, non per stupidità, ma perché li ritiene sbagliati. 

MENEGHINO.

E’ di Milano, lo spiritoso Meneghino (diminutivo di Domeneghin), servitore rozzo ma di buon senso che, desideroso di mantenere la sua libertà, non fugge quando deve schierarsi al fianco del suo popolo. Generoso e sbrigativo, è abile nel deridere i difetti degli aristocratici. “Domenighin” era il soprannome del servo, che la domenica accompagnava le nobildonne milanesi a messa o a passeggio. 

PULCINELLA.

Figura buffa e goffaE’ una delle maschere italiane più popolari. Probabilmente originaria di Napoli: il suo nome deriverebbe dal napoletano “polene” (pulce o piccolo pulcino). Impertinente, pazzerello, chiacchierone, ama il dolce far niente escluso il mangiare e il bere. E’ spesso oggetto di pesanti bastonate che suscitano ilarità. 

 

(fonti:  http://www.alimentipedia.it/Ricette_Italia/Ricette_Carnevale/Carnevale_storia.html

http://digilander.libero.it/PensieriInVolo/carnoriginefesta/carnoriginefesta.htm)

Apr 15, 2017 - Senza categoria    No Comments

Pasqua in tavola

E’ a tavola che nasce la tradizione.

BUONA PASQUA A TUTTI!

Risultati immagini per pasqua

Ricette regionali di Pasqua.

ABRUZZO,Capra alla Neretese |
CALABRIA,Pitte con Niepita
|
CAMPANIA,Pastiera napoletana
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EMILIA-ROMAGNA,Lasagne verdi
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FRIULI,Pinza pasquale alla triestina
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LAZIO,Arrosto d’agnello con la coratella |
LIGURIA,Torta pasqualina
|
LOMBARDIA,Torta salata di Pasqua
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MARCHE,Brodetto in bianco di Portorecanati
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MOLISE,Insalata Buona Pasqua
|
PIEMONTE,Brasato al Barolo
|
PUGLIA,Le scarcelle
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SARDEGNA,Pillus
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SICILIA,Zuccotto pasquale
|
TOSCANA,Uova con le uova
|
TRENTINO,Polpettine pasquali
|
UMBRIA,Agnello tartufato
|
VALLE D’AOSTA,Crescia di Pasqua
|
VENETO,Insalata pasqualina

Apr 1, 2017 - Senza categoria    No Comments

Aprile

dolce dormire.

Da quanto tempo! Beh, dall’epifania, praticamente. Ma mi metterò a pari. E’ venti volte che dico questo ultimamente, prima o poi lo metterò in pratica. Ho un po’ di argomenti in pentola. Nel frattempo, buon pesce di aprile. E il 4 aprilante occhio al meteo: se piove, lo farà per quaranta giorni. Cosa provata e riprovata. Antica saggezza contadina insegna. Per la Pasqua, tornerò con le ricette tipiche regionali.

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